Nel mio lavoro non assumo la posizione dell’esperto distante che osserva e corregge.

Credo che la psicoterapia sia un processo relazionale, e che la fiducia nasca quando il terapeuta si presenta non come un tecnico che “ripara”, ma come una persona autentica, capace di accogliere e comprendere l’esperienza dell’altro.

La mia umanità – con i suoi limiti, le sue domande e le sue complessità – non è un ostacolo alla cura.

È parte fondamentale del metodo: permette di normalizzare la sofferenza, ridurre la distanza e creare uno spazio sicuro in cui il paziente possa esplorare sé stesso senza timore di essere giudicato.

La competenza clinica è essenziale, ma è la qualità della relazione a rendere possibile il cambiamento.

Per questo mi propongo come un compagno di viaggio competente e presente: qualcuno che conosce le mappe, ma che continua, ogni giorno, a studiare il territorio umano con rispetto e responsabilità.

La psicoterapia, in fondo, non è l’incontro tra un “esperto” e un “problema”,

ma la collaborazione tra due persone che lavorano insieme per generare comprensione, consapevolezza e possibilità nuove.